Kathmandu è una capitale. Quindi sede di ambasciate e consolati. Inoltre essendo il Nepal un paese la cui economia si regge in gran parte grazie agli aiuti internazionali è sede di una miriade di agenzie ONU, NGO ecc.
Molte donne lavorano in questi uffici anche in posizioni importanti, ad esempio l’ambasciata americana ha un’ambasciatrice, ma molte sono solo le mogli di qualche diplomatico o funzionario.

Le più fortunate sono le mogli dei diplomatici delle ambasciate: girano in enormi fuoristrada con autista, hanno case antisismiche, dotate di enormi generatori, gestite da personale perfettamente addestrato procurato dall’ambasciata. Non devono preoccuparsi di niente. Il gasolio per il generatore? Ci pensa l’ambasciata. Manca l’acqua? Ci pensa l’ambasciata... e così via. Essendo il Nepal considerato postazione disagiata hanno anche un sacco di vacanze. Dal 20 dicembre a fine gennaio, poi altro stacchetto in primavera, poi un mesetto nella rainy season.
Insomma è una vita privilegiata.

Però a volte può essere un poco noiosa così si creano delle situazioni per socializzare. La principale è l’American Club. In centro Kathmandu. Un giardino bellissimo, cintato da un muro molto alto, con una security pari a quella delle ambasciate. All’interno c’è un ristorante (mi dicono molto mediocre), palestra, piscina, campi da tennis e da softball. Gli expats ci vanno per praticare sport e per trovarsi. Dario ed io non siamo iscritti perché non pratichiamo sport e con le mie 3/4 ore di autonomia l’American Club non ci sta proprio.
E poi ci si inventano occasioni. Adesso c’è un’americana, Arlene, che sta cercando di organizzare dei meeting per giocare a Bunko. E’ un gioco scemotto ma buffo, dove non si deve pensare (fondamentale per me), si fa un sacco di chiasso ed è ottimo per socializzare.
Perfetto per far vedere in giro la mia faccia e quindi ricordare alla gente che esiste il mio ristorante.... vado a cena al ristorante di una mia amica... cambia completamente la storia qui a Kathmandu.
Per me è faticoso perché la riunione dura dalle 4 ore e mezza alle cinque ore. Cioè ben oltre la mia autonomia. Ieri l’ultima ora facevo fatica a stare attenta e mi si è appannata la vista. Ma per fortuna non se ne è accorto nessuno.

Arlene è una donna molto gentile e simpatica. Molto americana, decisamente americana. E così buffa e allegra, ma anche lei sta cominciando a capire che qui a Kathmandu le cose sono diverse. Mi ha confidato che in tutte le capitali in cui ha abitato è riuscita ad organizzare una base solida di giocatrici Bunko, ma qui sta facendo fatica ed è preoccupata di non riuscirci. La gente si sente stanca, demotivata, depressa, ha paura... anche ieri abbiamo avuto problemi. Sulla strada che porta alla residenza in cui eravamo ospiti c’è stata una manifestazione di un certo partito. Due signore sono state bloccate all’inizio della strada ma una poveretta ci si è trovata in mezzo. Era in motorino (elettrico) e non le hanno permesso di muoversi. Quando finalmente siamo riuscite a rintracciarla una sua amica le ha mandato l’autista e il giardiniere. Uno perché restasse là a tenere il motorino, che i simpatici manifestanti non permettevano che venisse mosso, nemmeno a mano, nemmeno vedendo che la signora stava male, e l’altro per accompagnarla da noi. Quando è arrivata era in stato di shock. Piangeva, tremava era terrorizzata.
Sono cose che alla lunga stancano.

Le immagini vi fanno vedere la strada secondaria che ho fatto per arrivare alla residenza dell'ambasciatore canadese, per il Bunko; é ancora in parte una stradina sterrata di campagna, ma i campicelli di riso stanno rapidamente scomparendo sotto migliaia di metri cubi di cemento. E l'acqua non basta, l'elettricità nemmeno, lo smaltimanto rifiuti, non vi dico... E scompare una Katmandu che io amavo tantissimo, che nascondeva inaspettati angoli di campagna nel cuore di una capitale!
L'ultima ovviamente è una foto delle signore del Bunko.